Cultura & Spettacoli, Sicilia

Sant’Agata di Militello, l’ultimo saluto a Vincenzo Consolo. Una cerimonia senza retorica con al centro una bara semplicissima


SANT’AGATA DI MILITELLO. Un’ora e mezza di cerimonia, una bara semplice, pochissima retorica. I funerali di Vincenzo Consolo, iniziati alle 15 di oggi e terminati alla 16 e trenta, sono stati questo. Non c’era la folla delle grandi occasioni, ma solo coloro che realmente volevano salutare il grande scrittore siciliano senza fare passerella. Del resto, è stato lo stesso Consolo ad evitarla, scegliendo la piccola chiesa del Sacro Cuore come sede del suo funerale. Un rito che segna il definitivo ricongiungimento alla “sua” Sant’Agata di Militello. Presenti tra gli altri alla cerimonia «austera e rigorosa, piena di senso civile, come l’avrebbe voluta lui» (è questa l’impressione dell’assessore regionale all’Istruzione, Mario Centorrino), Rita Borsellino, Vito Lo Monaco (presidente del Centro Pio La Torre, per il quale Consolo aveva scritto un atto unico teatrale, “Pio La Torre, orgoglio di Sicilia”), l’onorevole Gianni Parisi, il sindaco di Sant’Agata, Bruno Mancuso (unico a intervenire insieme al celebrante del rito, Don Enzo Vitanza), e i primi cittadini di due comuni che avevano dato la cittadinanza onoraria allo scrittore, quelli di Cefalù, Giuseppe Guercio, e di Santo Stefano di Camastra, Giuseppe Mastrandrea. Spiega Centorrino: «Come assessorato, dobbiamo mettere in circuito il suo ricordo e la sua memoria. Poi, appena ce ne sarà occasione, organizzeremo una degna celebrazione. Ma mi interessa di più – ribadisce – il messaggio di Vincenzo Consolo, che era testimonianza di eticità e senso civico sublimata dall’arte della parola».

«Non si nasce in un luogo senza esserne segnati nell’animo e nella carne». Don Enzo Vitanza ha citato un brano di Vincenzo Consolo per dare un senso alla scelta dello scrittore di tornare nella sua Sant’Agata di Militello da dove era andato via ancora giovane e dove sempre ritornava. La chiesa del Sacro Cuore, che era stata richiesta alla moglie Caterina per ritrovare l’istituto vicino casa che aveva frequentato da ragazzo, era menzionata nella sua prima opera, “La ferita dell’aprile”, in cui descrive l’immagine dell’incedere di Cristo lungo. In prima fila, oltre alla moglie, il fratello Melo e la sorella Teresa. Non poteva mancare nell’omelia di don Vitanza il richiamo alla metafora più volte adoperata dallo stesso Consolo per definirsi «moderno Ulisse che torna nella sua Itaca da cui non riesce a distaccarsi». E’ quello che ripete, ricordando il legame intenso con la sua terra, il sindaco Bruno Mancuso.

In allegato, l’ultima intervista rilasciata da Consolo a Centonove nel gennaio 2011, a firma di Paolo Randazzo. Il titolo? Eloquente: «La Sicilia? Ai cialtroni» (1-2)

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