SANT’AGATA DI MILITELLO. Saranno celebrati domani nella Chiesa del Sacro Cuore della natia Sant’Agata di Militello (Messina) i funerali dello scrittore Vincenzo Consolo, morto ieri a Milano dopo una lunga malattia. Alla cerimonia, in rappresentanza del governo regionale siciliano, sarà presente l’assessore per l’Istruzione e la Formazione professionale, Mario Centorrino. Il rito, nel piccolo edificio di culto che potrà accogliere soltanto un centinaio di persone, sarà celebrato da Don Enzo Vitanza. E’ previsto un breve intervento del sindaco Bruno Mancuso, poi la sepoltura nella cappella di famiglia nel cimitero di Sant’Agata di Militello. La giunta comunale ha proclamato per domani il lutto cittadino.
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, appresa la triste notizia della morte di Consolo, in un messaggio alla famiglia ha espresso il suo cordoglio per la scomparsa di una figura originale e rappresentantiva della cultura italiana contemporanea, ricordandone il forte rapporto innanzitutto con la realtà della sua Sicilia. “Più nessuno mi porterà nel Sud, lamentava Quasimodo. Invece – se m’é concesso il confronto – io nel Sud ritorno sovente”. Così Vincenzo Consolo spiegava il suo ininterrotto rapporto con la terra e la cultura siciliane: “Da Milano, dove risiedo, con un volo di un’ora e mezza, atterro in Sicilia. Dalla costa d’oriente o d’occidente, ogni volta, come per ossessione, vizio, coazione a ripetere, celebrazione d’un rito, percorro l’isola da un capo all’altro, vado per città e paesi, sperduti villaggi, deserte campagne, per monti e per piane, per luoghi visti e rivisti non so quante volte”. L’ultima volta che Consolo era tornato in Sicilia è stato nell’estate di due anni fa. A Gratteri, sopra l’amata Cefalù, in una limpida serata d’estate si presentava “L’isola in me”, un film documentario di Ludovica Tortora de Falco sulla Sicilia suggestiva e straziante di Consolo. Era un ritratto dello scrittore, dell’uomo e dell’artista attraverso i luoghi, i temi, le suggestioni letterarie della sua vita. Consolo si era assegnato quello che chiamava il “destino d’ogni ulisside di oggi”: quello di “tornare sovente nell’isola del distacco e della memoria e di fuggirne ogni volta, di restarne prigioniero…”. Di questo intenso legame passionale, civile e letterario con la Sicilia Consolo ha sempre dato testimonianza. Dalle profondità del mito ha ricavato una lettura lucida della storia italiana e siciliana dal dopoguerra a oggi. Lo ha fatto attraverso alcuni temi cruciali: l’emigrazione, la vita dei minatori delle zolfare, l’industrializzazione e le devastazioni del territorio, i terremoti e le selvagge ricostruzioni, le stragi mafiose. E’ una storia che Consolo ha vissuto in prima persona, condividendola con altri scrittori, in primo luogo Leonardo Sciascia a cui era profondamente legato. E proprio Sciascia aveva segnato il suo percorso letterario cominciato nel 1963 con “La ferita dell’aprile”. Prima che nel 1976 pubblicasse il suo secondo romanzo, quello che gli diede la notorietà, “Il sorriso dell’ignoto marinaio”, Consolo si era lasciato tentare (lui diceva “irretire”) da Vittorio Nisticò e da Milano era approdato a Palermo nella redazione del giornale L’Ora. Ma vi era rimasto solo pochi mesi, poi era tornato a Milano da dove ha continuato a tenere un rapporto intenso, e continuamente rinnovato, con la Sicilia. Di questo legame con la storia e la cultura siciliana sono testimonianza, oltre al sodalizio con Sciascia e all’amicizia con Gesualdo Bufalino, anche la sua intensa produzione letteraria, da “Le pietre di Pantalica” a “Retablo”, da “Nottetempo casa per casa” (premio Strega 1992) a “L’olivo e l’olivastro”, da “Lo Spasimo di Palermo” a “Di qua dal faro”. A cui si aggiungono saggi di forte intonazione civile, interventi e una densa raccolta di articoli per il Messaggero e per l’Unità. Aveva scelto di vivere a Milano ma il suo cuore e la sua curiosità intellettuale erano radicati in Sicilia. “La tentazione di sottrarmi alla Sicilia c’é – diceva – ma il meccanismo memoriale della mia narrativa me lo impedisce fino in fondo, è connaturato a uno stile che ingloba la memoria attraverso il linguaggio”. E proprio al linguaggio dedicava la sua cura sperimentale in una ricerca che lo allontanava sempre più dai canoni correnti. Da qui la sua invettiva contro la deriva di un paese “telestupefatto”, cioé scivolato verso la volgarità del linguaggio che uccide il pensiero critico. (ANSA)
Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
Pubblicato da icittadiniprimaditutto | 22 gennaio 2012, 18:56Un grande scrittore, uno stile linguistico raffinato, un poeta,un uomo che ha tanto amato la sua Sicilia e tanto odiato ciò che alla Sicilia fa male.Un faro per la lotta alla legalità. Un faro che oggi si è spento e che mancherà in questa nostra terra martoriata.
Grazie per averlo ricordato.
Maria Rosaria
sua accanita lettrice
Pubblicato da ili6 | 23 gennaio 2012, 15:21