MESSINA. “”Non esiste alcun rischio di decadenza“, ha dichiarato oggi, a margine di una conferenza stampa, Giuseppe Buzzanca, sindaco di Messina. Una frase catturata dal giornale online Normanno che, in realtà, è l’ultima di una serie di frasi simili che partono da lontano. Ovvero dal 2003. Da quando, appena eletto per la prima volta sindaco, si trova di fronte all’azione popolare promossa dai cittadini. Il motivo? Il politico, il cinque giugno, aveva subìto una condanna definitiva per “peculato d’uso”. La battaglia giudiziaria? Buzzanca la affronta con spavalderia, forte dei consigli dei suoi legali. Un po’ come oggi che, ad assisterlo, è quello stesso Marcello Scurria solo otto anni fa dall’altra parte della barricata. Il sindaco incassa il primo grado, ma subisce in appello. Prima che la Cassazione si possa pronunciare, il governo Berlusconi inserisce in un decreto, poi divenuto legge, una modifica al Testo Unico degli Enti locali che prevede la “non decadenza” in caso di condanna definitiva. Guarda caso, per il reato commesso da Buzzanca. Una norma che, tra l’altro, paradossalmente, “smantellava” il castello difensivo costruito fino a quel momento dagli avvocati, per i quali la legge non avrebbe avuto efficacia in Sicilia. A imprimere la svolta è la Corte Costituzionale, che “boccia” la norma. A ottobre dell’anno successivo, la Cassazione conferma la sentenza di secondo grado, e il sindaco ritorna semplice nutrizionista (la sua attività) e segretario provinciale di An.
Ma la condanna per peculato pesa ancora come un macigno, anche se Buzzanca non se ne cura. Nel 2006, infatti, il politico si candida alle regionali e viene eletto. Anche in quel caso, però, le sue terga rimangono ben poco a scaldare lo scranno di Sala d’Ercole. Il neodeputato, infatti, non ha fatto la riabilitazione. Ovvero, sarebbe stato incandidabile. Appena questo giornale pone il problema, l’esponente di An commehta col suo adagio più classico: “Tutte sciochezze”. Sciocchezze che, però, diventano poco tempo dopo l’ingresso in Aula, al suo posto, di Pippo Currenti, fido dell’acerrimo nemico di An sul territorio: Carmelo Briguglio, guarda caso oggi coordinatore regionale di Fli. Decaduto da deputato, Buzzanca ritorna semplice nutrizionista. E sempiterno segretario provinciale di An.
E si arriva al 2008. Francantonio Genovese non è più sindaco dall’autunno precedente: l’elezione che aveva premiato l’esponente del Pd era stata annullata per il ricorso di tal Antonio Di Trapani del Nuovo Psi, le cui liste erano state escluse dalla competizione. Una mossa, quella di far partecipare un cittadino campano, che aveva premiato il suo ispiratore, Nanni Ricevuto, attuale presidente della Provincia, con un viceministero. Alle amministrative, Buzzanca vince per un pugno di voti. E si insedia. Da quella tornata, però, vengono fuori una serie di ricorsi sulle incompatibilità tra deputato regionale (le elezioni erano state poco più di un mese prima) e amministratore pubblico.
Tre anni dopo, chi prima, chi (soprattutto) dopo, i colleghi di Buzzanca all’Ars hanno preso le loro decisioni, complice il pronunciamento doppio della Consulta che prima ha sancito l’incompatibilità e poi ha cassato una leggina regionale che avrebbe permesso a tutti di sopravvivere. Sindaci e presidenti di provincia col doppio incarico hanno abbandonato una delle due poltrone. Solo il primo onorevole cittadino di Messina non lo ha fatto. Perché, oggi come ieri, lui e i suoi legali sono sicuri del fatto loro.
Giovedì scorso, a Centonove, Buzzanca dichiarava che, se costretto, sarebbe rimasto sindaco rinunciando all’Ars. Ma se dovesse perdere il diritto all’opzione, come paventano in molti? Probabilmente salterebbe l’elezione a sindaco, successiva al conseguimento del seggio all’Ars.
E, a questo punto, al politico non resterebbe che un vecchio adagio che si tramanda dall’epoca di Forza Italia: “Tutta colpa dei giudici cattivi!”.
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